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Le vacanze (molto velocemente)

16 Luglio, 2009 · Lascia un Commento

[va-càn-za]

1. l’essere vacante; la conduzione di un ufficio privo del titolare
2. sospensione temporale dell’attività negli uffici, nelle scuole per ragioni di riposo o per celebrare una ricorrenza
3. periodo di riposo concesso a chi lavora o studia

Dal latino vacare, ‘essere vuoto; essere libero’.
(Cfr. Dizionario Garzanti della Lingua Italiana, Edizione Speciale UTET, Torino)

La domenica nella società Occidentale è stata sempre giorno di riposo, mentre al sabato si lavorava.

È a partire dalla metà degli anni ‘50 del XIX secolo che in Inghilterra si trascorre in vacanza metà del sabato. Presto questa pratica si diffonde in Europa – in Italia ci sarà il “sabato fascista”.

Intorno al 1880 Paul Lafargue rivendica un “diritto all’ozio”.

L’usanza per la classe operaia di trascorrere i giorni festivi al mare comincia a imporsi intorno alla seconda metà del XIX secolo in Gran Bretagna e Francia.
L’inglese Thomas Coock è l’ideatore dei primi viaggi organizzati.
Nel 1890 nasce il Touring Club francese.

Fino al dopoguerra le vacanze al mare sono appannaggio di classi alte, mentre operai e contadini non vi accedono, anche per ragioni economiche. Negli anni ‘30 del Novecento, in Italia il regime fascista organizza delle vacanze popolari per lo svago delle classi meno agiate.

Dagli anni ‘50 del Novecento l’industria mondiale delle vacanze vede crescere i propri fatturati: si passa dai 2 miliardi di dollari del 1950 ai 70 miliardi del 1984, ai 375 del 1995 (Cfr. The Making of Modern Tourism. The Cultural History of the British Experience, 1600-2000, Palgrave, New York 2002, citato in CAVAZZA, S.-SCARPELLINI, E. (a cura), Il secolo dei consumi, Carocci, Roma 2006)

Secondo Repubblica, nel 2003, quasi 3 milioni di italiani avrebbero trascorso le loro vacanze in chiusi in casa, facendo credere a vicini e conoscenti di essere stati in luoghi di villeggiatura (Cfr. “Il boom delle vacanze talpa: in 3 milioni fingono di partire”, su Repubblica del 3 agosto 2003).

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Le rotatorie come non luogo

9 Luglio, 2009 · Lascia un Commento

Giriamo attorno alle rotatorie come i musulmanti girano attorno alla pietra nera.

Le rotatorie sono spuntate come funghi nel tracciato urbano, abolendo gli odiosi semafori che ci obbligavano a stressanti code, trasformado le strade rette in strade curve, obbligandoci a girare attorno, a compiere cerchi devozionali in omaggio alla fluidificazione del traffico, allungano il percorso che ci porta da un punto A ad un punto B.

Non stiamo più fermi al semaforo, giriamo attorno come dei girotondini (può esistere un’analogia tra il fenomeno politico sociale dei “girotondi” e il nuovo assetto urbanistico creato dalle rotatorie?).
Ho chiesto ad amici e conoscenti cosa ne pensano delle rotatorie.

Alcuni mi hanno risposto che quando esistevano i semafori, erano sicuri che con il semaforo verde sarebbero passati o avrebbero diminuito la coda.
Altri mi hanno detto che sono diminuiti gli incidenti gravi, perché le rotonde fanno diminuire la velocità e in caso di incidente i danni sono minori.
Altri ancora mi hanno detto che quando vanno con la bicicletta hanno un po’ di timore nel superare una rotatoria. L’hanno definita “cerchio della morte” o anche “roulette russa”.
Ma ritorniamo al nostro argomento principale: le rotatorie come “non-luogo”. Cosa significa?

Nell’assetto urbanistico delle nostre città ogni componente ha un significato preciso a cui si associano valori e funzioni. Essi sono dinamici: possono essere risemantizzati nel corso del tempo, possono cambiare ogni qualvolta vengano aggiunti/rimossi elementi architettonici o urbanistici. I quartieri residenziali, ad esempio, sono caratterizzati da una serie di elementi urbanistici (marciapiede, piste ciclabili, parchi, etc.) che si caricano di valori simbolici e funzionali e che permettono che una casa in quell’area costi di più rispetto ad un’altra zona della città.

Ad ogni luogo, nel piano urbanistico, è legata una precisa funzione, un valore simbolico, uno stile di vita (il posto per i bambini, quello per gli anziani, il luogo per gli immigrati etc.).

Le rotatorie, in questo senso, rappresetano dei non-luoghi, degli spazi di forma circolare all’interno dei quali non è prevista una funzione per il cittadino. Sui marciapiedi si cammina, sulle panchine del parco ci si siede, sulla strada si va con la macchina camion moto. Ma all’interno delle rotonde? Avete mai visto qualcuno sedersi in una rotatoria e leggere il giornale? O prendere il sole? O dei ragazzi giocare?

La rotatoria inizia la sua significazione come non luogo. La sua funzione è quella di fluidificare il traffico, ma lo spazio al suo interno non ha nessuna funzione-significato.
Ma evidentemente anche gli assessori al traffico hanno notato questa mancanza di significato e hanno voluto investire questo spazio di significati “accessori”.
Ecco all’ora che all’interno delle rotatorie nascono monumenti celebrativi, che hanno la funzione di risemantizzare questo non-luogo.
In provincia di Treviso, ad esempio, in molte rotatorie si può vedere un cartello con evidenziato il progetto del comune di costruire rotonde. La rotatoria viene celebrata come parte di un progetto di assetto urbanistico e diventa celebrativa di se stessa.

Un altro monumento celebrativo all’interno della rotatoria è la fontana con il suo gioco d’acqua. In questo caso la rotatoria diventa elemento estetico e punta a ricongiungersi esteticamente con il paesaggio circostante.

Molto spesso la rotatoria diventa uno spazio verde, a volte affittato ad aziende del settore che allestiscono un piccolo giardino con tanto di fiori e piante. Questo spazio verde, pur essendo pubblico, non si presta ad essere calpestato. Anche in questo caso la rotatoria diventa un elemento estetico che ricollega semanticamente il tracciato stradale con il paesaggio urbano.

Un’altra tipologia, sicuramente esteticamente meno rilevante, è quella della rotatoria con nel mezzo un palo di illuminazione, che ha l’unico scopo di illuminarla e di illuminare la strada.
In nessuno di questi casi la rotatoria è un luogo accessibile al cittadino. Non ha quelle funzioni sociali (di aggregazione, di incontro) che possono avere una piazza, un marciapiede, una fontana in una piazza, un parco giochi. La rotatoria, pur avendo quelle componenti estetiche aggiuntive che abbiamo visto più sopra e che gli danno una significazione urbanistica, rimane comunque un non-luogo, interdetto ai cittadini e alle funzioni di socializzazione.

Rimane unicamente un elemento funzionale al traffico su strada.

Come potrebbero migliorare le funzionalità delle rotatorie. Oltre a fini estetici che abbiamo più sopra visto ho immaginato le rotonde – quelle più grandi – come possibili spazi per impianti fotovoltaici che aiuterebbero a diminuire il consumo elettrico, alimentando segnali stradali elettrici o impianti di illuminazione.

Ma per adesso di rotatorie di tal sorta non ne ho ancora viste.

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Metafore della velocità

14 Giugno, 2009 · Lascia un Commento

Nella socità occidentale il tempo è denaro.
Quindi chi ha più tempo (libero?) ha più denaro.
Chi ha poco denaro ha, di conseguenza, poco tempo. Dunque deve guadagnare tempo e, per farlo, la soluzione che la nostra società ci propone (impone?) è quella di essere più veloci. Che vuol dire andare di fretta, mangiare in fretta, bere il caffè in piedi.

Dagli albori della pubblicità (Carosello) il tema della velocità è stato un leit-motiv: dagli elettrodomestici – lavatrici, lavastoviglie, ecc. grazie ai quali la casalinga poteva guadagnare tempo libero (che avrebbe speso a scegliere l’ombretto, il mascara, l’abito pubblicizzato per farsi bella) – fino alle automobili.

Lo stesso messaggio pubblicitario (e, in generale, i programmi televisivi) hanno assunto, dagli anni ‘50 ad oggi – una velocità frenetica, un ritmo veloce, sincopato.

Ma ritorniamo alle automobili.

In questo caso la velocità non è funzionale al tempo che si guadagna, ma a se stessa. È il gusto di andare veloci, il piacere provocato dall’accelerazione del turbo, lo sprint al semaforo.

Tutto questo mentre vediamo affissioni stradali dove è scritto: “Meglio perdere un minuto nella vita che la vita in un minuto”. Ma allora perché mi vendono automobili che in quindici secondi raggiungono i cento chilometri orari?

Nelle pubblicità delle automobili un concetto dominante è quello della libertà. E la velocità è una metafora della libertà.

La pubblicità che mi piacerebbe vedere

Con i limiti di velocità fissati dal nostro codice della strada (50, 70, 90, 110, 130 Km/h) è proibito andare oltre una certa velocità. Ma nella pubblicità la velocità è sinonimo di libertà, e cattura le fantasie di molti automobilisti.

La pubblicità dice le bugie, per questo mi piace (il suo poter mentire, o forse meglio bleffare), ma non è il tipo di pubblicità che vorrei vedere.

Sarei contento se vedessi o ascoltassi una pubblicità del genere:

«Quando sei fermo, spegni il motore, così inquini meno» (ne ho vista una con questo messaggio a Livigno);

oppure:

«La nostra macchina ha un motore che inquina di meno e consuma di meno, anche se non raggiunge velocità elevatissime. Tuttavia è poco logico offrirvi un’auto che superi i limiti di velocità consentiti nel vostro Paese».

Quest’ultima sarebbe una pubblicità veritiera, e per questo non è possibile produrla. Non farebbe leva sul desiderio, ma sul nostro senso etico, sulla serietà.

Quando potrà esistere una pubblicità di questo genere?

Quando, per l’appunto?

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Il parco dei divieti

25 Agosto, 2008 · Lascia un Commento

Chi frequenta studi giuridici può sicuramente visitare Parco Querini a Vicenza per un breve ripasso dei divieti in vigore e del numero dell’articolo a cui si riferiscono.

 

È vietato:

Praticare giochi molesti (Art. 87 Reg. P.U.)

Raccogliere fiori e/o danneggiare il verde (Art. 97 Reg. P.U.)

Usare l’acqua delle fontanelle per la pulizia personale (Art. 90 Reg. P.U.) 

Dormire e/o sdraiarsi sulle panchine (Art. 97 P.U.)

Circolare con velocipedi (Art. 97 Reg. P.U.)

Circolare con motocicli o ciclomotori (Art. 97 Reg. P.U.)

È fatto obbligo di:

Utilizzare gli appositi contenitori per i rifiuti (Art. 87 Reg. P.U.)

Condurre i cani al guinzaglio e dotarli di museruola (Art. 87 Reg. P.U.)

Oltre a questi divieti in bella mostra su cartelli metallici ne esistono altri due realizzati molto artigianalmente dove si può leggere:

“Vietato dare da mangiare agli animali” (in inglese: “No food to animals please”);

e “Vietato salire sugli alberi”.

Ad ogni entrata di Parco Querini, anche la più piccola, appositamente realizzata abbattendo un piccolo pezzo del vecchio muro del parco per l’occasione di una visita papale, è piantato uno di questi cartelli. In tutto ce ne sono quattro. E sono cartelli molto grandi e dunque visibili.

Cosa comunicano questi cartelli?

Entrando nel parco al soggetto viene indicato un “non poter fare”.

 

Pur vantando l’aggettivo “libero”, la società occidentale – o forse solo quella italiana – è piena di divieti (e la libertà tanto decantata è solo una libertà di scelta).

 

Dunque il parco Querini è ricco di cartelli ricchi di divieti.

Quello che invece manca, e nessuno si è ancora sognato di installare, sono dei cartelli che diano indicazioni sul significato storico-artistico del parco (chi era la famiglia querini, perché hanno costruito il parco, dove si trova la villa, etc.).

Forse è conoscendo una cosa che si impara a rispettarla, non vi pare?

 

Ma andiamo avanti, e finiamo questo breve post con un esempio.

All’inizio del ‘900, e almeno fino agli anni ‘30 del secolo scorso, si potevano trovare nei locali pubblici come bar e trattorie dei cartelli con il divieto di sputare per terra – nei mercatini dell’antiquariato è facile trovarne qualcuno ancora oggi. Questo divieto è diventato obsoleto. Non c’è bisogno di un cartello che lo vieti. Difficilmente qualcuno sputa all’interno di un locale pubblico.

 

Evidentemente, se sono presenti cartelli di divieto, significa che esiste la possibilità che alcune persone possano comportarsi in maniera da infrangerlo.

Dunque i cartelli di divieto mi raccontano non solo quello che è vietato, ma anche il grado di civiltà di un popolo.

Cosa posso aggiungere?

Una foto panoramica di una parte del parco… (sigh)

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Affissioni vs Graffiti

16 Ottobre, 2007 · 7 Commenti

 

Negli anni ‘80 il fenomeno americano dei graffiti cominciava ad essere studiato in Italia da ricercatori di storia dell’arte contemporanea (vedi, tra i primi, Francesca Alinovi e T. Shafrazi).

Ben presto alcuni graffittisti passarono di pieno diritto dalle metropoli della East Coast ai Musei internazionali, basti citare Rammellzee o il più conosciuto Keith Haring.

 

Oggi il fenomeno del graffittismo viene da un lato celebrato, dall’altro denigrado e criticato. Per un verso è un’appropriazione di significato all’interno della città, dall’altro è un semplice sporcare i luoghi pubblici. Questi sono i due termini opposti nel dibattito se il graffittismo sia un’arte o un reato da punire. E in questi termini la questione sembra non avere una via d’uscita: due pareri opposti si annullano a vicenda; rimanendo vincolati alla coppia semantica abbellire versus abbruttire (sporcare) tutti i discorsi portano inevitabilmente alla ragione dell’una o dell’altra parte.

 

Quello che vorrei invece introdurre è un altro concetto, spesse volte sottaciuto, non menzionato forse perché ritenuto implicito nel discorso, ma che può offrirci un altro termine per scavalcare l’infecondo problema se il graffittismo sporchi o abbellisca le città.

L’elemento che prendo in considerazione è quello economico.

Voi tutti vi accorgete che esistono dei luoghi deputati all’affissione di messaggi più o meno persuasivi e che questi spazi sono a pagamento. Nessuno solleva obiezioni sul valore estetico di questi messaggi, e chi si sognasse di strappare questi menifesti o di imbiancarli verrebbe punito con una sanzione.

 

Il paradosso è che mi è capitato di vedere un’affissione pubblicitaria che riprendeva lo stile del graffittismo (un grande graffito sulla fiancata di un autobus, furbi questi creativi!): quindi un’opera di graffiti art legale, che pagava lo spazio occupato alla concessionaria di pubblicità. 

 

In conclusione il fenomeno del graffittismo nelle nostre metropoli è da inquadrare in un discorso più ampio sul piano economico; per contro, le affissioni pubbliche sono da inquadrare in un discorso più ampio, che riguarda il piano estetico.

 

Nelle due foto che presento qui sotto sono esposti due esempi:

un’affissione pubblica (in provincia di Vicenza) e un graffito (a Treviso, lungo il Sile).

 

 

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Quale dei due è esteticamente più bello?

Quale dei due paga una tassa per lo spazio che occupa?

Perché pagando posso avere il diritto di “sporcare” una superficie pubblica e veicolare significati e significanti a persone alle quali il mio messaggio può non interessare affatto (o, se volete, perché camminando per una città devo essere tartassato da pubblicità invasive che mi fano domande, mi mostrano cose che non avrei voluto vedere o mi propongono di comprare oggetti dei quali non saprei cosa farmene?)?

E perché, se il suolo è pubblico, cioé di tutti, non posso io stesso appropriarmi di quello spazio e fare un piccolo disegno – senza incorrere in sanzioni?

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28 Settembre, 2007 · Lascia un Commento

Redtshirt

SpotMediaPolis è con il popolo birmano contro ogni forma di violenza.

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Niente più tutele sulla privacy?

24 Settembre, 2007 · 1 Commento

 

È di oggi la notizia per alcuni versi inquietante secondo la quale tra i vari emendamenti della finanziaria ce n’è uno che vorrebbe abolire la riservatezza dei dati personali, cosicché le aziende – da quelle con un massimo di 15 dipendenti a quelle di dimensioni superiori – non abbiani più gli obblighi legali per mantenere o diffondere questi importanti (e riservati) dati sui lavoratori. 

 

Voglio dunque invitarvi – se foste interessati – a visitare un sito di un’associazione che si sta battendo per impedire che questo emendamento passi. 

Il link è il seguente:

http://www.adunanzadigitale.org/privacy

Qui potrete documentarvi ulteriormente sull’argomento e firmare online la petizione per la tutela dei dati personali.

 

Come tutti sanno gli emendamenti riescono a passare trasversalmente e ad inserirsi non solo nel dibattito politico ma ad entrare, alla fine, nelle varie Finanziarie. Molto spesso provocando la sorpresa dei cittadini e la chiara sensazione di essere stati fregati.

Mai abbassare la guardia.

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