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Voci categorizzate come ‘televisione’

Televisione. Esercizio 3

13 Luglio, 2009 · Lascia un Commento

Prendete blocco e penna per i vostri appunti.

Questa volta eliminiamo le immagini, ed ascoltiamo solo i suoni. Quindi togliete la luminosità allo schermo del televisiore, o giratelo verso la parete, in modo da non vedere le immagini.

Ascoltate cosa dice il telegiornale, un film o la pubblicità.

Provate ad immaginare la storia. Chiudete gli occhi, se può aiutarvi. Scrivete poi sul vostro blocco di appunti le sensazioni visive che avete avuto dall’ascolto.

Vi consiglio questo esercizio durante la messa in onda dei telegiornali. Potrete notare come, senza le immagini, il messaggio che vi raggiunge sia superficiale, e vi sembrerà che al discorso manchi qualcosa. Potrebbe addirittura venirvi voglia di spegnere la televisione, perché sentirete questa incompletezza come un affronto alla vostra attenzione e alla vostra intelligenza.

Per contro riuscirete a prendete consapevolezza sull’importanza dell’immagine, e di come questa venga utilizzata molto spesso al posto delle parole.

Si dice che “l’immagine vale più di mille parole”. Indubbiamente è vero: l’immagine dice tanto, ma siete voi (ognuno di voi) ad interpretare le immagini. Una stessa immagine può essere interpretata diversamente da due persone diverse. Questo dipende dagli strumenti interpretativi di ciascun fruitore.

Pensate adesso ai bambini. Come possono interpretare certe immagini non disponendo di strumenti interpretativi come può averne una persona adulta?

Meditate su questo.
Siete sicuri di avere ancora bisogno della televisione?

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Televisione. Esercizio 2

2 Luglio, 2009 · Lascia un Commento

Questo esercizio riguarda la pubblicità.

Ricordatevi che le trasmissioni televisive funzionano grazie alla pubblicità (non solo le televisioni televisive, ma tutti i media). I profitti della pubblicità costituiscono il corpo della televisione e quello viene trasmesso è in funzione del vostro acquisto immediato o futuro.

Ma ritorniamo al nostro esercizio.

Munitevi sempre di carta e penna per prendere appunti.

Anche in questo caso guardate la televisione senza l’audio. Osservate le varie pubblicità e cercate quale può essere l’elemento visivo che le accomuna.

In secondo luogo provate a dare un senso a quello che vedete. Questo esercizio andrebbe fatto avere prima visto la pubblicità con l’audio, ma se conoscete già lo spot che va in onda fate comunque l’esercizio. Magari abituatevi a togliere l’audio ogni volta che viene trasmessa la pubblicità.

Infine provate a scrivere quello che secondo voi stanno dicendo i personaggi della pubblicità. Se non ci sono personaggi provate a scrivere le frasi che potrebbero accompagnare le immagini che vedete.

Buon divertimento.

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Televisione. Esercizio 1

24 Giugno, 2009 · 3 Commenti

Munitevi di un blocco per gli appunti e di una penna, un pennarello o una matita. Vi sarà utile per prendere appunti.

Accendete la televisione. Togliete l’audio con l’apposito tasto “mute” o abbassate il volume fino ad eliminare l’audio.

Osservate attentamente i personaggi del teleschermo, sia che stiate guardando un telegiornale, uno sceneggiato, un film, un documentario o anche la pubblicità.

Provate a scrivere cosa stanno facendo i personaggi. Studiate le loro emozioni guardando le espressioni del volto o la gesticolazione. Provate anche a scrivere cosa secondo voi stanno dicendo i personaggi.

Questo esercizio mette in risalto tutto il linguaggio visivo della rappresentazione televisiva.

Se avete un videoregistratore provate a registrare il programma del vostro esercizio, e una volta terminato provate a rivedere il programma con l’audio e confrontatelo con i vostri appunti.

Avrete sicuramente delle sorprese, e la cosa potrà anche farvi sorridere.

Categorie: televisione
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Citazioni

15 Giugno, 2009 · Lascia un Commento

Ho trovato questo breve brano di critica televisiva leggendo un libro di Stefano Benni (Achille piè veloce, Feltrinelli Economica, Milano 2005 [2003], p. 86).

Ve lo riporto perché insisto nel farvi affrontare questo argomento nel modo più critico e, se mi fosse possibile, nel farvi smettere di vedere la televisione – o di farvela vedere in maniera più critica e attenta – nella recondita speranza che già accada.
Ecco il brano:

“[...] [La televisione] È un luogo di malattia dove tutti parlano insieme, sovrapponendosi uno all’altro, oppure parlano e fingono di non ricordare ciò che hanno detto. Esattamente come nei manicomi. Ma lì non rischi l’elettrochoc, e ti pagano pure. Locus miser! Clinica di lusso, dove il comformismo festeggia l’impunità di definirsi trasgressione. Caserma di imboscati, camerateschi con i superiori, sadici con i deboli. Luogo di mostri gozzuti, condannati a copulare in eterno tra loro.
[...]
Ma come rinunciare alla sua comodità? Una pozzanghera che riflette tutto il dolore del mondo, e che puoi asciugare in un attimo. Una grata di confessionale in casa tua, e dentro un prete in lustrini.”

Ho trovato un altro brano. Eccolo:

“[...]Lei diceva: «Ma non vedi che tutto è stupido? Non vedi che ci prendono per dei deficienti?». E lui: «No, no, c’è una cosa che mi interessa». [...] Allora [lei] ascoltava il suono della televisione in altri appartamenti del condominio, sentiva l’eco di una musichetta o la voce d’uno di quei personaggi che fanno gli imbecilli sullo schermo, secondo le sue precise parole, e pensava a quanta gente era lì come loro ad ammazzare il tempo senza avere niente da dirsi, come dei mezzi morti in una tomba dove sono seppelliti prima del tempo.”
(CELATI, GIANNI, Cinema Naturale, Feltrinelli, Milano 2001, pag. 46)

Tiziano Scarpa, sulla televisione:

“I narratori italiani Cannibali hanno detto chiaro e tondo che non c’è da avere nessuna speranza, purtroppo, nelle classi tartassate dall’ipnosi televisiva. Sono deboli vittime di una violenza spirituale inaudita [...]. Da loro non arriverà niente. Solo consenso elettorale a chi le incula a furia di campionati di calcio, pubblicità, musica scadente, varietà dell’ininterrotto sabato sera giornaliero eterno in cui si è trasformata la nostra comunità nazionale teleperversa.
Lo so. Lo so perché sono fregato anch’io. Chi mi frega sono i ritornelli che mi entrano in testa e costringono il mio cervello a canticchiare melodie che la mia anima disprezza. [...]
Restiamo impalati davanti alla tivù a denigrarla, per ore e ore, giorno dopo giorno, senza essere capaci di distogliere lo sguardo per un attimo.” (SCARPA, TIZIANO, Batticuore fuorilegge, Fanucci, Roma 2006, pp. 145-146)

Elémiere Zolla (fonte Il Sole24Ore, Domenica, 30 Aprile 2006):
“L’industria culturale genera intorpidimento e malessere. Chi acquista un televisore non lo fa per un miraggio di felicità, ma per gettare zavorra nella desolazione quotidiana”

“[...] non mettiamo la Tv a capotavola: quella è una sede simbolica, è il posto del capofamiglia, e questa cattiva abitudine uccide il silenzio gravido di affetti, quel discorrere anche tumultuoso che fa di un desco familiare un contesto insostituibile.” (CAPRETTINI, GIAN PAOLO, La scatola parlante, Editori Riuniti, Roma 1996, pagg. 14-15)

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Effetto realtà

10 Giugno, 2009 · Lascia un Commento

Una delle caratteristiche della televisione è l’effetto realtà.
Quello che vediamo alla televisione è reale. Non solo, ma molto spesso l’effetto di senso è quello di farci credere che ciò che viene trasmesso sia più reale del reale.

Per fare questo la televisione utilizza diverse tecniche: l’intervista, la ricostruzione del fatto, la diretta. Il telespettatore non può ribattere a niente di quello che gli viene detto e raccontato. I personaggi del teleschermo non lo sentono. Al massimo può cambiare canale, o spegnere la televisione, ma in nessun caso può venire ascoltato.

La televisione è un medium che viene fruito passivamente. Per superare questo ostacolo gli spettacoli televisivi utilizzano la telefonata in diretta e gli SMS. In questa maniera il telespettatore può in piccola misura sentirsi attivo e partecipe della trasmissione. Inoltre, grazie a queste tecniche, la televisione aumenta il suo effetto di realtà.

Tuttavia, analizzando il fenomeno più nello specifico, noterete che la televisione racconta e mostra la realtà, ma non è la realtà. Cosa opposta a quello che invece vuole essere ed è, nella logica del racconto. La televisione è la realtà, ed è più reale del reale.

Categorie: televisione
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La televisione è rassicurante

4 Giugno, 2009 · Lascia un Commento

La televisione è rassicurante perché tendenzialmente riconferma la nostra realtà. Cioè come noi vediamo il mondo.

 

La televisione ci fa vedere il mondo come lei lo vede. Ancora: la televisione costruisce per noi la realtà. Non ci chiede sforzi, ci vuole mettere comodi, sdraiati sul divano, e costruisce per noi quello che sarà il nostro concetto di realtà (noi possiamo non crederci e rifiutarlo, ben inteso) e la realtà tout court – sì, questa è la sua più grande aspirazione. Tra parentesi: usare quel prodotto perché ci fa essere quel tipo di persona (quella realtà) è anche l’aspirazione massima della pubblicità, perchè ci porta a comperare quel marchio (brand). 

 

Possiamo affermare che la televisione mira a costruire certezze. E anche l’incertezza può diventare una certezza (la certezza dell’incertezza).

 

Cerco di spiegarmi più analiticamente.

 

La televisione non può mostrarci la realtà, ma può mostrarci una visione della realtà. Questa visione della realtà vuole però essere l’unica visione della realtà, quella ufficiale, incontestabile, non criticabile. 

 

In questo senso la televisione costruisce la nostra realtà: le nostre categorie di pensiero, la nostra scala di valori. Nel momento in cui noi mettiamo in dubbio questa visione della realtà, prendiamo un atteggiamento critico nei confronti di quello che ci viene presentato come realtà.

 

Forse ci capiterà di acquistare una marca sconosciuta piuttosto di quella pubblicizzata in televisione.

Forse ci chiederemo se davvero abbiamo bisogno di quella cosa che volevamo acquistare.

 

Nota: questo capitolo rimane ancora aperto…

Mandatemi i vostri commenti, o scriveteli nel vostro blocco di appunti.

 

Buona giornata

Categorie: televisione
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Carosello

28 Maggio, 2009 · Lascia un Commento

Vi ricordate Carosello? Forse i più giovani internauti non l’hanno mai visto, ma forse qualcuno conoscerà sicuramente Calimero, la Linea dell’Agostina, il caffè Paulista. Erano alcuni dei prodotti pubblicizzati in Carosello.

Si apriva un siparietto, veniva rappresentata una scenetta, compariva il nome del prodotto che aveva offerto la scenetta.

Nell’Italia degli anni ‘50 e ‘60, che cambiava socialmente ed economicamente, Carosello è stato l’accompagnatore, con i suoi consigli del boom economico e la sua importanza è stata rilevante nel far conoscere al pubblico non solo i prodotti, ma, soprattutto, i nuovi stili di vita: il lavoro che passava dall’agricoltura ai servizi, il ruolo della donna, che lasciava la casa per avvicinarsi al lavoro d’ufficio e di fabbrica.

Ma il ruolo di Carosello è stato anche, come esigeva la Rai, quello didattico, di pubblica istruzione. E la sua scomparsa (a partire dal 1° gennaio 1976) è avvenuta in contemporanea con l’avvento della TV privata e della pubblicità sempre più invasiva, sponsor delle trasmissioni, fino ad arrivare al punto attuale (2006) quando è la pubblicità a creare la trasmissione, e la TV non vive tanto del pubblico, quanto della pubblicità stessa.

Ma è una situazione che è arrivata al limite, e presto esploderà (me lo auguro). Siamo passati dai prodotti naturali precedenti agli anni ‘50, a tutta una serie di prodotti industriali che avevano il vantaggio di farci risparmiare tempo e fatica (dalla plastica ai concimi chimici) per ritornare a quei prodotti naturali che non inquinano l’ambiente, che ci fanno gustare i cibi naturali, che riducono i consumi.

Mi auguro dunque (l’esplosione di cui parlavo più sopra) che allo stesso modo di come siamo passati ad una visione ecologica dell’ambiente sia arrivato il tempo di fare un’ecologia della mente, eliminando quelle ormai fin troppo nauseanti, opprimenti, ossessive pubblicità (l’informazione dell’inutile, il prodotto che una volta usato è per il 60% spazzatura) che vorrebbero farci acquistare prodotti di cui, essenzialmente, non abbiamo bisogno… ma questo è un’altro discorso.

Ritorniamo al nostro Carosello, non tanto per una mia o Vostra nostalgia, quanto per capire meglio lo sviluppo sociale ed economico della nostra Italia.

Il primo Carosello va in onda domenica 3 febbraio 1957 alle ore 20.50, dopo il telegiornale, nell’unico canale in onda sulle poche televisione possedute in Italia.

Le trasmissioni della RAI erano inziate il 3 gennaio del 1953. Gli apparecchi televisivi nel 1954 erano solo 90.000, per lo più si trovavano nei bar, perché il loro costo era ancora proibitivo per le famiglie.

Erano molte le persone che si portavano la sedia da casa e andavano al bar a seguire le prime trasmissioni televisive: Lascia o Raddoppia?, i telegiornali.

Nel 1961 il pubblico medio supera i 6 milioni.

La televisione italiana nasce con lo scopo didattico di educare il pubblico e, a differenza di quella americana, è pubblica. Poco o per nulla commerciale. I prodotti che vengono pubblicizzati da Carosello debbono sottostare a norme rigide di programmazione.

La TV commerciale nascerà in Italia negli anni ‘70.
L’intento pedagogico della televisione pubblica si riflette anche sui prodotti pubblicizzati: gli italiani scoprono il brand.

Una pubblicità degli anni ‘60 è perfetta nell’esprimere questo concetto: «la stella di sceriffo a tutela della legge, la stella di Negroni a tutela della qualità» (Cfr. DORFLES, PIERO, Carosello, Il Mulino, Bologna 1998, pag. 39).

In una società in forte cambiamento, con tempi e stili di vita che si rinnovano, il brand rappresenta la sicurezza di comperare prodotti tutelati anche senza ricorrere ai consigli del titolare della bottega sotto casa, perché adesso sono i supermercati a rappresentare il luogo privilegiato della spesa.

Negli anni ‘50 la popolazione italiana (circa 50 milioni di abitanti) viveva prevalentemente in campagna perché l’agricoltura rappresentava il 41,3% degli occupati; il 30% non aveva un titolo di studio, il 59% aveva finito le elementari e solo l’1% era arrivato alla laurea. Il lavoro femminile era poco diffuso (Cfr. DORFLES, 1998).

La pubblicità di carosello veicola dei contenuti che saranno recepiti dalla nuova borghesia che si va costituendo nell’italia del boom economico.

Se prima i prodotti pubblicizzati erano quelli di importanza primaria, presto il mercato si satura e vengono sostituiti da beni che rappresentano uno stile di vita, uno status simbol, l’appartenenza ad una certa classe sociale. Così si passa dal sapone, ai cosmetici, alle automobili, ai liquori, agli abiti.

Allo stesso modo cambia anche la pubblicità. Se confrontiamo un carosello a una pubblicità dei nostri giorni vediamo come assumono sempre più importanza le caratteristiche immateriali di un prodotto a discapito della sua funzione e delle sue caratteristiche materiali. Non si vende solo il prodotto: si vendono emozioni e stili di vita.

Direbbe Marx: “la produzione non produce più un oggetto per il soggetto, ma anche un soggetto per l’oggetto”. (Cfr. C. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, Einaudi, Torino 1976, pag. 15).

La tecnica di Carosello è quella di presentare un prodotto e di ancorarlo all’immaginario del pubblico attraverso tecniche molto semplici di memorizzazione: la ripetizione, il ritornello o gingle, cioè una musica facilmente orecchiabile e facilmente riproducibile (vi è mai capitato di fischiettarne qualcuna?).

Tecniche che ancora adesso funzionano, nonostante la diversità dell’intensità della comunicazione pubblicitaria televisiva (spot che si ripetono nel corso della serata, cosa vietata ai tempi di Carosello), e gingle che in alcuni casi sono canzoni da hit parade di cantanti o gruppi musicali conosciuti da giovani e meno giovani.

Carosello termina nell’aprile 1976.

Beniamino Finocchiaro, allora presidente RAI, invia una lettera alla Commissione parlamentare di vigilanza, dove afferma la sua intenzione di far terminare Carosello a partire dal primo gennaio 1977.

Le ultime puntate di carosello venivano viste da 19 milioni di italiani, di cui 9 milioni erano bambini (Cfr. DORFLES, P, op. cit., pag. 107).

Il 1976 è una data importante per le televisioni private: la Corte Costituzionale liberalizza le emittenti, anche se soltanto in ambito locale.

Nel 1977 iniziano ufficialmente le trasmissioni della RAI a colori, mentre cominciano ad affacciarsi nel mondo dell’etere le prime televisioni private, di cui si avevano avute le prime avvisagli alcuni anni prima: nel 1971 Telebiella (subito chiusa da un pretore); nel 1974 TeleMilano nasce con lo scopo di intrattenere gli abitanti del quartiere residenziale Milano 2, costruito da Silvio Berlusconi.

Nel 1980 TeleMilano diventerà la prima rete privata nazionale, e si chiamerà Canale 5.

La pubblicità non sarà più un orpello da presentare dopo il telegiornale: comparirà sempre più spesso, prima, dopo, in mezzo ai telegiornali, interrompendo giochi a quiz, film e telefilm.

Non sarà più venduta al pubblico, ma sarà il pubblico (come share) ad essere venduto agli inserzionisti, per cifre sempre più cospicue.

A volte instaurando un circolo vizioso secondo il quale, come dice De Vescovi, la pubblicità diventa uno strumento di difesa: “[...] non farla determinerebbe la perdita di quote di mercato, ma farla significa solo mantenere le posizioni acquisite.” (Cfr. DE VESCOVI, Il mercato della televisione, Il Mulino, Bologna 1997).

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Parola versus immagine

17 Maggio, 2009 · Lascia un Commento

L’immagine è la caratteristica che distingue la televisione da altri medium come la radio, i giornali, i libri.
Per affrontare l’argomento TV è quindi importante analizzare alcune peculiriatà e differenze che l’immagine ha rispetto alla parola e alla scrittura.

1. sintassi e semantica
La parola scritta e parlata si fonda su un piano sintattico (grammatica) e un piano semantico (significato; vocabolario). Per essere in grado di parlare bene una lingua, e quindi di farci comprendere, dobbiamo conoscere la grammatica e conoscere il significato delle parole che usiamo. Oltre a questo aggiungo che l’essere umano attraverso il linguaggio parlato e scritto è in grado di riflettere su quel che dice.

L’immagine non ha una grammatica. Possiamo conbinare assieme immagini disparate o all’opposto seguire copioni collaudati. Nel linguaggio filmico, ad esempio, elementi di grammatica possono essere definiti certi tipi di ripresa (campo lungo, primo piano, primissimo piano, piano sequenza, ecc.). Ma ciò è molto distante dalla grammatica propriamente intesa nella lingua parlata e scritta.
Molto spesso (negli spot pubblicitari è particolarmente evidente) l’immagine ha bisogno di un testo scritto o parlato per essere interpretata correttamente e per veicolare un particolare messaggio (che senza parole non si capirebbe. Vedi i miei esercizi sulla televisione).

2. astrazione ed effetto di realtà
Una delle caratteristiche principali del discorso scritto e parlato, e delle stesse parole, è la capacità di creare astrazione, cioè di favorire il pensiero astratto (e non certo a discapito di quello concreto). Concetti filosofici, idee morali ed etiche, sono difficilmente rappresentabili attraverso immagini.
All’opposto l’immagine crea concretezza, mostra la realtà e addirittura la supera diventato più reale (vera) della realtà stessa.
Solo all’interno di certe discorsivizzazioni (il linguaggio filmico, ad esempio) le immagini possono essere portatrici di un senso astratto. Rientriamo nel campo delle immagini e dei linguaggi artistici (i film di Kubrick, ad esempio, come 2001: Odissea nello spazio). Ma in questi casi l’immagine non direbbe molto senza un aiuto del discorso scritto o parlato, come sarebbe difficile per qualsiasi persona capire un quadro del Rinascimento o del Barocco senza una conoscenza della trattatistica del periodo o del significato simbolico legato a certe iconografie.
Insomma, quel che ci mostra l’immagine è semplicemente quel che vediamo, e molto spesso – nella nostra società post-contemporanea, detta anche “dell’mmagine” – vediamo senza capire – soprattutto i bambini, veri e propri consumatori (su incitamento o per indifferenza dei genitori) di immagini televisive.

Riflettiamo su questo semplice punto:
quello che vediamo alla TV è più importante delle cose che vengono dette. Molto spesso una notizia televisiva viene associata ad un’immagine che non corrisponde esattamente a quella notizia: è un’immagine di repertorio: si parla di politica e ci vengono presentate immagini del Quirinale (porte, finestre, quadri, saloni); si parla del traffico e ci mostrano immagini di code chilometriche (magari di mesi o anni prima), si parla delle vacanze e ci mostrano persone in spiaggia che prendono il sole, etc.
In televisione non esiste una notizia senza immagini.
E può succedere anche di peggio: uno sciopero dei cineoperatori può compromettere (leggi interrompere) lo svolgersi di una gara sportiva internazionale (chi ama lo sci ha già capito a cosa mi riferisco).

Dunque l’immagine ci dà la sensazione (effetto di senso) della realtà (e in secondo luogo anche della verità: è vero perché lo ho visto).
Deduzione: quello che non vedo non esiste.
È la sorte che tocca a quelle realtà dove le telecamere non possono entrare: guerre in Africa (ad esempio), violazione dei diritti umani, scempi sul territorio…

NOTA BENE:
Non sono un iconoclasta, ma in questo mio sito ho voluto dare una particolare preminenza al testo scritto – e anche all’oralità: vedi la sezione Pod-Cast – piuttosto che all’immagine (che comunque troverete in una sezione dedicata) perché prediligo l’homo sapiens rispetto all’homo videns (Cfr. SARTORI, G., Televisione e post-pensiero, Laterza, Bari 1997).

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Il palinsesto televisivo

15 Maggio, 2009 · Lascia un Commento

Se la carta stampata deve organizzare gli spazi, la televisione deve organizzare il tempo.
Nella televisione generalista commerciale il tempo è denaro, anzi forse vale di più. È una risorsa preziosissima, al punto da influenzare quella risorsa principe che la televisione dovrebbe darci: l’informazione.
Capita molto spesso che l’intervistatore faccia concludere contro voglia l’intervistato, a prescindere da quello (importante o no) che sta dicendo.
«Sintesi» sembra la parola più utilizzata. Anche se devono essere spiegati concetti complessi, che difficilmente tutti i fruitori potranno comprendere, il fantasma della sintesi incombe:
«Lo dica in fretta perché dobbiamo concludere»
«Lo dica in quaranta secondi perché poi c’è la pubblicità e dalla regia mi fanno già cenno…»
O, ancora peggio:
«Lo dica brevemente, con parole semplici, che tutti possano capire» (come puoi sintetizzare in mezzo minuto quelle cose per le quali hai impiegato diversi anni della tua vita per capire/scoprire/creare?)

Il fast thinking è un fast food culturale (Cfr. BOURDIEU, P., Sulla televisione, Feltrinelli, Milano 19979). Per parlare alla TV bisogna pensare in fretta, parlare in fretta, e in alcuni casi il pensare è un’attività troppo lenta: bisogna dire senza pensare, perché non c’è il tempo per farlo. Ecco allora che per dire qualcosa quando non c’è tempo si ricorre alla banalità e al luogo comune. Tutti lo recepiscono e lo comprendono perché già lo sanno – appunto, è un luogo comune!

Una delle cose che più abbruttiscono internet è la velocità. Io ho bisogno di lentezza per pensare, altrimenti non digerisco le informazioni. Voglio un internet lento.
Nella televisione accade lo stesso e non è un caso che l’attività più diffusa di fronte allo schermo sia lo zapping.
Si cambia continuamente canale. Le immagini che velocemente scorrono sulla mia retina non vengono rielaborate, ma solo assorbite. Ho l’impressione di non capire quello che vedo.

Per capire la televisione di oggi ho bisogno di ritornare alla televisione di ieri, ad altri ritmi visivi. Alla “paleotelevisione” (Cfr. ECO, U., Sette anni di desiderio, Bompiani, Milano 1983).

Negli anni ‘50 e ‘60 i programmi televisivi erano delimitati l’uno dall’altro grazie alle sigle che ne stabilivano l’inizio e la fine. Anche la pubblicità aveva degli spazi delimitati, spesso compariva alla fine del programma. La programmazione rispettava orari precisi: “Fino al 1958 i programmi iniziavano alle 17.30, c’era una lunga pausa dalle 19.30 alle 20.45, e le telecamere si spegnevano poco dopo le 23. [...] si giunse nel 1968 ad un palinsesto quasi sequenziale, con l’inizio delle trasmissioni alle 12.30 e una sola pausa, più che altro simbolica, tra le 14 e le 14.45.” (Cfr. CAPRETTINI, G.P., La scatola parlante, Editori Riuniti, Roma 1996, pag. 40).

A partire dalla metà degli anni ‘70 il palinsesto televisivo comincia a cambiare. Il primo gennaio 1977 chiude definitivamente Carosello – lo spazio degli sponsor – le TV private cominciano ad entrare nelle case degli italiani. E per le TV private la fonte di guadagno è rappresentata dagli sponsor, che pian piano invadono tutti gli spazi vuoti dei palinsesti televisivi. La programmazione occupa tutta la giornata, compresa la fascia del mattino. I programmi diventano frammentati e contenitori di altri contenuti (televendite, spazi per gli sponsor). La pubblicità invade film e telefilm, spezzandone il ritmo, accentuandone una visione sincopata. Le inquadrature dei talk-show e di altri programmi contenitori accentuano uno stile “barocco”: non più inquadrature fisse, ma viste dall’alto, dal basso, decentrate, zoom. Siamo nel pieno dell’epoca “neobarocca” (Cfr. CALABRESE, O., Mille di questi anni, Laterza, Bari 1991). Una delle caratteristiche del “neobarocco” che più interessano il nostro discorso è la spettacolarizzazione: dai programmi come RTV dove una conduttrice in costume da bagno, comodamente sdraiata su un lettino con una piscina accanto e un paesaggio bucolico di sfondo, sorride compiaciuta mentre annuncia il prossimo video di una qualche sciagura o di un qualche spettacolare incidente, fino alla spettacolarizzazione della vita quotidiana (sport, beghe o tragedie familiari) e infine alla spettacolarizzazione della vita politica. Piccoli frammenti che si succedono a pubblicità di pochi secondi, continue, che si duplicano nello zapping, in tutte le maggiori reti nazionali.

Stiamo arrivando al punto nel quale è la stessa pubblicità a dettare il palinsesto e a creare il suo pubblico, a mettere dei paletti all’informazione. Come puoi parlare male del tuo sponsor? Come puoi pensare di fare una informazione libera quando le notizie filtrare dai mezzi di informazione devono sottostare ai finanziamenti dei tuoi sponsor che sostengono la tua emittente? Può, ad esempio, una rivista di moda parlare male della collezione primavera/estate di un determinato marchio che ha comperato alcune pagine pubblicitarie proprio in quella rivista di moda?

Naturalmente l’ideale dell’informazione è quella di essere libera, ma questi sono alcuni dei pericoli che incombono sull’informazione che ogni giorno riceviamo dalla televisione. Stiamo dunque attenti, e guardiamo con occhio critico (e soprattutto pensiamo – slow thinking oltre che slow food) a quello che in televisione viene chiamata “informazione”.

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