Vi ricordate Carosello? Forse i più giovani internauti non l’hanno mai visto, ma forse qualcuno conoscerà sicuramente Calimero, la Linea dell’Agostina, il caffè Paulista. Erano alcuni dei prodotti pubblicizzati in Carosello.
Si apriva un siparietto, veniva rappresentata una scenetta, compariva il nome del prodotto che aveva offerto la scenetta.
Nell’Italia degli anni ‘50 e ‘60, che cambiava socialmente ed economicamente, Carosello è stato l’accompagnatore, con i suoi consigli del boom economico e la sua importanza è stata rilevante nel far conoscere al pubblico non solo i prodotti, ma, soprattutto, i nuovi stili di vita: il lavoro che passava dall’agricoltura ai servizi, il ruolo della donna, che lasciava la casa per avvicinarsi al lavoro d’ufficio e di fabbrica.
Ma il ruolo di Carosello è stato anche, come esigeva la Rai, quello didattico, di pubblica istruzione. E la sua scomparsa (a partire dal 1° gennaio 1976) è avvenuta in contemporanea con l’avvento della TV privata e della pubblicità sempre più invasiva, sponsor delle trasmissioni, fino ad arrivare al punto attuale (2006) quando è la pubblicità a creare la trasmissione, e la TV non vive tanto del pubblico, quanto della pubblicità stessa.
Ma è una situazione che è arrivata al limite, e presto esploderà (me lo auguro). Siamo passati dai prodotti naturali precedenti agli anni ‘50, a tutta una serie di prodotti industriali che avevano il vantaggio di farci risparmiare tempo e fatica (dalla plastica ai concimi chimici) per ritornare a quei prodotti naturali che non inquinano l’ambiente, che ci fanno gustare i cibi naturali, che riducono i consumi.
Mi auguro dunque (l’esplosione di cui parlavo più sopra) che allo stesso modo di come siamo passati ad una visione ecologica dell’ambiente sia arrivato il tempo di fare un’ecologia della mente, eliminando quelle ormai fin troppo nauseanti, opprimenti, ossessive pubblicità (l’informazione dell’inutile, il prodotto che una volta usato è per il 60% spazzatura) che vorrebbero farci acquistare prodotti di cui, essenzialmente, non abbiamo bisogno… ma questo è un’altro discorso.
Ritorniamo al nostro Carosello, non tanto per una mia o Vostra nostalgia, quanto per capire meglio lo sviluppo sociale ed economico della nostra Italia.
Il primo Carosello va in onda domenica 3 febbraio 1957 alle ore 20.50, dopo il telegiornale, nell’unico canale in onda sulle poche televisione possedute in Italia.
Le trasmissioni della RAI erano inziate il 3 gennaio del 1953. Gli apparecchi televisivi nel 1954 erano solo 90.000, per lo più si trovavano nei bar, perché il loro costo era ancora proibitivo per le famiglie.
Erano molte le persone che si portavano la sedia da casa e andavano al bar a seguire le prime trasmissioni televisive: Lascia o Raddoppia?, i telegiornali.
Nel 1961 il pubblico medio supera i 6 milioni.
La televisione italiana nasce con lo scopo didattico di educare il pubblico e, a differenza di quella americana, è pubblica. Poco o per nulla commerciale. I prodotti che vengono pubblicizzati da Carosello debbono sottostare a norme rigide di programmazione.
La TV commerciale nascerà in Italia negli anni ‘70.
L’intento pedagogico della televisione pubblica si riflette anche sui prodotti pubblicizzati: gli italiani scoprono il brand.
Una pubblicità degli anni ‘60 è perfetta nell’esprimere questo concetto: «la stella di sceriffo a tutela della legge, la stella di Negroni a tutela della qualità» (Cfr. DORFLES, PIERO, Carosello, Il Mulino, Bologna 1998, pag. 39).
In una società in forte cambiamento, con tempi e stili di vita che si rinnovano, il brand rappresenta la sicurezza di comperare prodotti tutelati anche senza ricorrere ai consigli del titolare della bottega sotto casa, perché adesso sono i supermercati a rappresentare il luogo privilegiato della spesa.
Negli anni ‘50 la popolazione italiana (circa 50 milioni di abitanti) viveva prevalentemente in campagna perché l’agricoltura rappresentava il 41,3% degli occupati; il 30% non aveva un titolo di studio, il 59% aveva finito le elementari e solo l’1% era arrivato alla laurea. Il lavoro femminile era poco diffuso (Cfr. DORFLES, 1998).
La pubblicità di carosello veicola dei contenuti che saranno recepiti dalla nuova borghesia che si va costituendo nell’italia del boom economico.
Se prima i prodotti pubblicizzati erano quelli di importanza primaria, presto il mercato si satura e vengono sostituiti da beni che rappresentano uno stile di vita, uno status simbol, l’appartenenza ad una certa classe sociale. Così si passa dal sapone, ai cosmetici, alle automobili, ai liquori, agli abiti.
Allo stesso modo cambia anche la pubblicità. Se confrontiamo un carosello a una pubblicità dei nostri giorni vediamo come assumono sempre più importanza le caratteristiche immateriali di un prodotto a discapito della sua funzione e delle sue caratteristiche materiali. Non si vende solo il prodotto: si vendono emozioni e stili di vita.
Direbbe Marx: “la produzione non produce più un oggetto per il soggetto, ma anche un soggetto per l’oggetto”. (Cfr. C. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, Einaudi, Torino 1976, pag. 15).
La tecnica di Carosello è quella di presentare un prodotto e di ancorarlo all’immaginario del pubblico attraverso tecniche molto semplici di memorizzazione: la ripetizione, il ritornello o gingle, cioè una musica facilmente orecchiabile e facilmente riproducibile (vi è mai capitato di fischiettarne qualcuna?).
Tecniche che ancora adesso funzionano, nonostante la diversità dell’intensità della comunicazione pubblicitaria televisiva (spot che si ripetono nel corso della serata, cosa vietata ai tempi di Carosello), e gingle che in alcuni casi sono canzoni da hit parade di cantanti o gruppi musicali conosciuti da giovani e meno giovani.
Carosello termina nell’aprile 1976.
Beniamino Finocchiaro, allora presidente RAI, invia una lettera alla Commissione parlamentare di vigilanza, dove afferma la sua intenzione di far terminare Carosello a partire dal primo gennaio 1977.
Le ultime puntate di carosello venivano viste da 19 milioni di italiani, di cui 9 milioni erano bambini (Cfr. DORFLES, P, op. cit., pag. 107).
Il 1976 è una data importante per le televisioni private: la Corte Costituzionale liberalizza le emittenti, anche se soltanto in ambito locale.
Nel 1977 iniziano ufficialmente le trasmissioni della RAI a colori, mentre cominciano ad affacciarsi nel mondo dell’etere le prime televisioni private, di cui si avevano avute le prime avvisagli alcuni anni prima: nel 1971 Telebiella (subito chiusa da un pretore); nel 1974 TeleMilano nasce con lo scopo di intrattenere gli abitanti del quartiere residenziale Milano 2, costruito da Silvio Berlusconi.
Nel 1980 TeleMilano diventerà la prima rete privata nazionale, e si chiamerà Canale 5.
La pubblicità non sarà più un orpello da presentare dopo il telegiornale: comparirà sempre più spesso, prima, dopo, in mezzo ai telegiornali, interrompendo giochi a quiz, film e telefilm.
Non sarà più venduta al pubblico, ma sarà il pubblico (come share) ad essere venduto agli inserzionisti, per cifre sempre più cospicue.
A volte instaurando un circolo vizioso secondo il quale, come dice De Vescovi, la pubblicità diventa uno strumento di difesa: “[...] non farla determinerebbe la perdita di quote di mercato, ma farla significa solo mantenere le posizioni acquisite.” (Cfr. DE VESCOVI, Il mercato della televisione, Il Mulino, Bologna 1997).